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Separazione e mantenimento

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Con riferimento alla questione inerente la quantificazione dell'assegno di mantenimento nell'ambito dei procedimenti di separazione, la Suprema Corte ha avuto modo, a più riprese, di precisare i criteri sulla scorta dei quali procedere alla quantificazione dell'assegno.

Tra gli elementi che, in particolare, hanno sollevato dubbi vi sono quelli, di carattere schiettamente processuale, relativi alla discrezionalità di cui gode il Giudice del merito nel disporre accertamenti attraverso la Polizia Tributaria e, sul piano sostanziale, quelli relativi al rilievo da annettersi alle potenziali capacità di guadagno del beneficiario del mantenimento.

Sotto il profilo dei criteri attraverso i quali procedere alla quantificazione dell'assegno di mantenimento in caso di separazione deve, preliminarmente, sottolinearsi come lo stesso sia volto tendenzialmente a garantire il medesimo tenore di vita goduto in costanza di matrimonio e sia escluso in caso di addebito della separazione, salva l'attribuzione di un assegno di natura alimentare ove ricorrano i relativi presupposti.

Tornando ai criteri di quantificazione, la Suprema Corte ha osservato come sia applicabile in chiave analogica la disciplina rilevante in materia di determinazione dell'assegno divorzile individuando detti criteri nella durata della convivenza, nel contributo offerto da ciascuno dei coniugi al benessere familiare, tanto in termini di incremento dei mezzi di cui il nucleo può disporre, quanto in termini di rinuncia ad una propria affermazione economica.

Ancora, sotto il profilo della quantificazione dell'assegno di mantenimento, è stato osservato come debba tenersi conto dei redditi effettivi e potenziali del coniuge richiedente ma l'attitudine al lavoro di questo deve essere riguardata in concreto come effettiva possibilità di svolgimento di un'attività di lavoro retribuita e non già in guisa astratta come ipotetica possibilità di accesso a un impiego.

Una pronuncia della Suprema Corte ha, al riguardo, anche avuto modo di rilevare come, ove in costanza di matrimonio i coniugi abbiano raggiunto un accordo in forza del quale uno di essi non lavorava, detto regime dovrà tendenzialmente permanere anche successivamente alla separazione.

Con riguardo al problema di matrice processuale prima evidenziato dei limiti della discrezionalità del Giudce del merito nel disporre accertamenti attraverso la Polizia Tributaria, l'orientamento della giurisprudenza della Suprema Corte è nel senso di concedere al Giudice ampia discrezionalità sulla scelta di tale strumento probatorio e ciò sul rilievo che nella determinazione dell'importo dell'assegno di mantenimento, la determinazione dell'esatto importo dei redditi dei coniugi non è richiesta in termini esatti ed attraverso rigorose analisi contabili essendo sufficiente un'attendibile ricostruzione delle complessive situazioni patrimoniali e reddituali.

 

Sui criteri di determinazione dell'assegno di mantenimento in caso di separazione in generale e sulla discrezionalità del giudice di merito nel disporre accertamenti presso la Polizia Tributaria

Cassazione Civile  Sez. I del 06 giugno 2008 n. 15085
Il potere del Giudice della separazione o del divorzio di disporre o meno le indagini di carattere economico (al fine di accertare le potenzialità reddituali dei coniugi per l’eventuale attribuzione degli emolumenti previsti dalla legge), che sono demandate alla Polizia Tributaria, ha natura discrezionale e, proprio in virtù di questa sua intrinseca natura, non appare censurabile nel giudizio di legittimità.

Cassazione Civile Sez. I del 06 giugno 2008 n. 15085

 

Sul rilievo del reddito del coniuge richiedente l'assegno di mantenimento al fine della determinazione di questo

Cassazione Civile  Sez. I del 06 giugno 2008 n. 15086
In tema di separazione personale, l'attitudine al lavoro proficuo dei coniugi, quale potenziale capacità di guadagno, costituisce elemento valutabile ai fini della determinazione della misura dell'assegno di mantenimento da parte del giudice, che deve tenere conto non solo dei redditi in denaro, ma anche di ogni utilità o capacità dei coniugi suscettibile di valutazione economica; l'attitudine al lavoro assume tuttavia rilievo qualora venga riscontrata non in termini di mere valutazioni ipotetiche ed astratte, ma di effettiva possibilità di svolgimento di un'attività lavorativa retribuita, in considerazione di ogni concreto fattore individuale ed ambientale.

Cassazione Civile Sez. I del 25 agosto 2008 n. 15086

 

Sul mantenimento del tenore e del regime di vita ante separazione

Cassazione Civile  Sez. I  del  25 agosto 2006 n. 18547
In tema di separazione personale dei coniugi, l'attitudine al lavoro proficuo dei medesimi, quale potenziale capacità di guadagno, costituisce elemento valutabile ai fini della determinazione della misura dell'assegno di mantenimento da parte del giudice, che deve al riguardo tenere conto non solo dei redditi in denaro ma anche di ogni utilità o capacità dei coniugi suscettibile di valutazione economica. Peraltro, l'attitudine del coniuge al lavoro assume in tal caso rilievo solo se venga riscontrata in termini di effettiva possibilità di svolgimento di un'attività lavorativa retribuita, in considerazione di ogni concreto fattore individuale ed ambientale, e non già di mere valutazioni astratte ed ipotetiche.

Al fine del riconoscimento del diritto al mantenimento in favore del coniuge cui non sia addebitabile la separazione, è essenziale che questi sia privo di redditi che gli consentano di mantenere un tenore di vita analogo a quello goduto durente la convivenza e che sussista una disparità economica tra i due coniugi, non avendo rilievo che, prima della separazione, il coniuge richiedente avesse eventualmente tollerato, subito o - comunque - accettato un tenore di vita più modesto. E siccome la separazione instaura un regime che tende a conservare il più possibile gli effetti propri del matrimonio compatibili con la cessazione della convivenza e, quindi, anche il "tipo" di vita di ciascuno dei coniugi, se prima della separazione i coniugi hanno concordato - o, quanto meno, accettato - che uno di essi non lavorasse, l'efficacia di tale accordo permane anche dopo la separazione.

Cassazione Civile Sez.I del 25 agosto n. 18547





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