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richiesta di pubblicazioni e nullitÓ del licenziamento
Come e' noto la L. 9 gennaio 1963, n. 7, art. 1 stabilisce, al comma 2, che "sono nulli i licenziamenti attuati a causa di matrimonio"; ed al terzo comma precisa, poi, che si presume che il licenziamento sia stato disposto per causa di matrimonio ove esso sia stato intimato "nel periodo intercorrente dal giorno della richiesta delle pubblicazioni, in quanto segua la celebrazione, a un anno dopo la celebrazione stessa". La norma è stata elaborata allo scopo di porre fine ad una prassi discriminatoria che colpiva e tuttora colpisce soprattutto le donne. Si è dunque stabilita una presunzione di nullita' dei licenziamenti temporalmente contigui alla celebrazione del matrimonio (come tali colpiti dal sospetto che sia da rinvenire in tale modifica dello status del dipendente l'effettiva ragione del recesso), fissando l'arco temporale entro cui dispiega i suoi effetti tale presunzione dal momento della richiesta di pubblicazioni di matrimonio a quello di un anno dalla sua celebrazione. Peraltro, ove alle pubblicazioni non segua la celebrazione del matrimonio, la presunzione di nullità del licenziamento intimato successivamente alle prime non opera. Si è posta in giurisprudenza di recente la problematica se il licenziamento intimato dal datore di lavoro prima delle pubblicazioni ma durante il compimento da parte dell'ufficiale di stato civile di atti prodromici di verifica finalizzati alle pubblicazioni stesse possa parimenti considerarsi affetto da nullità. La soluzione abbracciata dalla Suprema Corte è quella restrittiva in quanto la chiara dizione della disposizione in oggetto  esclude che possa darsi rilievo ad atti prodromici alla richiesta di pubblicazioni, disciplinata dal D.P.R. 3 novembre 2000, n. 396, art. 51 che impegna l'ufficiale dello stato civile a verificare l'esattezza della dichiarazione resa dai nubendi e ad acquisire d'ufficio eventuali documenti che ritenga necessari per provare l'inesistenza di impedimenti alla celebrazione del matrimonio prima di procedere alle pubblicazioni stesse.

Cassazione civile  sez. lav. 29 luglio 2009 n. 17612


È valido il licenziamento intimato prima della richiesta formale delle pubblicazioni di matrimonio presso il Comune. Il lavoratore licenziato durante il periodo in cui ha dato il via alla procedura per sposarsi, ma nel qual non è stata ancora redatta richiesta di pubblicazioni dall'ufficiale di stato civile, non può invocare l'ipotesi della nullità del provvedimento a causa di matrimonio. Non opera, infatti, la presunzione legale che il recesso sia stato intimato per tale motivo perché non rilevano gli atti prodromici alla richiesta di pubblicazioni.


MOTIVI DELLA DECISIONE

1.- Va disposta anzitutto la riunione dei ricorsi - principale ed incidentale - in quanto proposti avverso la medesima sentenza (art. 335 c.p.c.).
2.- Il ricorso principale si articola in due motivi.
Con il primo motivo il ricorrente - nel denunciare violazione e falsa applicazione della L. 9 gennaio 1963, n. 7, art. 1, comma 3, in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 3 - sostiene che erroneamente la Corte d'appello non ha attribuito rilievo al certificato dell'ufficiale di stato civile del Comune di (OMISSIS) nel quale si attestava che i nubendi (entrambi dipendenti della Simco) avevano dato avvio alla procedura per la pubblicazione del matrimonio in data (OMISSIS) (anteriore, cioe', all'intimazione del licenziamento). Osserva in proposito che, se il legislatore ha inteso proteggere i nubendi dal licenziamento per causa di matrimonio,il momento rilevante da cui far decorrere la tutela non puo' che essere quello in cui essi si sono recati in Comune per avviare la procedura, a prescindere dalla richiesta "formale" delle pubblicazioni.
Con il secondo motivo il ricorrente denuncia il vizio di omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia (art. 360 c.p.c., n. 5), lamentando che la Corte d'appello abbia affermato che non era stata dedotta alcuna prova diretta a dimostrare la conoscenza in ambito lavorativo della sua intenzione di sposarsi con altra dipendente della Simco quando erano stati articolati al riguardo numerosi e specifici capitoli preordinati a dimostrare tale circostanza.
La Corte giudica il ricorso infondato.
Come e' noto - e come e' stato riferito dalla sentenza impugnata - la L. 9 gennaio 1963, n. 7, art. 1 stabilisce, al comma 2, che "sono nulli i licenziamenti attuati a causa di matrimonio"; ed al terzo comma precisa, poi, che si presume che il licenziamento sia stato disposto per causa di matrimonio ove esso sia stato intimato "nel periodo intercorrente dal giorno della richiesta delle pubblicazioni, in quanto segua la celebrazione, a un anno dopo la celebrazione stessa". Al fine di porre fine ad una prassi discriminatoria all'epoca dilagante - che non puo' dirsi, peraltro, sia oggi cessata - il legislatore ha, cioe', introdotto una presunzione di nullita' dei licenziamenti temporalmente contigui alla celebrazione del matrimonio (come tali colpiti dal sospetto che sia da rinvenire in tale modifica dello status del dipendente l'effettiva ragione del recesso), peraltro ancorandola, nell'ambito della sua discrezionalita', ad eventi rivestiti da un carattere di ufficialita' e consacrati in atti formali, quali la richiesta di pubblicazioni di matrimonio e la sua celebrazione. La chiara dizione della disposizione in oggetto non lascia adito ad una interpretazione diversa da quella fatta propria dalla sentenza impugnata ed esclude, quindi, che possa darsi rilievo ad atti prodromici alla richiesta di pubblicazioni, disciplinata dal D.P.R. 3 novembre 2000, n. 396, art. 51 che impegna l'ufficiale dello stato civile a verificare l'esattezza della dichiarazione resa dai nubendi e ad acquisire d'ufficio eventuali documenti che ritenga necessari per provare l'inesistenza di impedimenti alla celebrazione del matrimonio prima di procedere alle pubblicazioni stesse.
In conclusione, nessun rilievo puo' attribuirsi alla dichiarazione rilasciata dall'ufficiale dello stato civile dalla quale risulta che i nubendi si sarebbero recati in Comune il (OMISSIS) "per iniziare il procedimento di pubblicazione matrimoniale", con la conseguenza che il motivo in esame deve essere per cio' solo rigettato (restando cosi' ininfluente la questione circa l'applicabilita', nell'attuale contesto socio - normativo, della L. n. 7 del 1963, art. 1, anche ai lavoratori di sesso maschile ovvero della sua eventuale illegittimita' sotto il profilo costituzionale).
Quanto, poi, al secondo motivo, va rilevato che soprattutto a fronte dell'affermazione contenuta nella sentenza impugnata, secondo cui nessuna prova il ricorrente avrebbe dedotto per dimostrare positivamente il proprio assunto, questi - in ossequio al principio di autosufficienza del ricorso per Cassazione - avrebbe dovuto precisare in quale atto (se nel ricorso introduttivo o altrove) avesse articolato la prova per testi ed indicato i relativi nominativi, laddove egli si e' limitato in questa sede a riportarne i capitoli; ne', ad ogni modo, nella doglianza in esame e' stato precisato sotto quale profilo sarebbe stato rilevante l'asserito collegamento del recesso con le preannunziate nozze, note - suo dire - anche al datore di lavoro.
3.- Con l'unico motivo del ricorso incidentale concernente il vizio di omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione (art. 360 c.p.c., n. 5) - la societa' sostiene che non era stato mai contestato che N. fosse l'ultimo dei dipendenti assunti, per cui, quando si dovette procedere alla soppressione del servizio mensa, fu il primo ad essere individuato; ne' che essa avesse all'epoca un rilevante contenzioso in sede civile per la debenza di ingenti somme (contenzioso che aveva avuto un esito negativo), che il suo principale cliente aveva sospeso le commesse e che, alcuni mesi dopo, era stata costretta a licenziare altri operai, per cui erroneamente la sentenza impugnata aveva negato la ricorrenza di un giustificato motivo oggettivo.
Anche questo ricorso e' infondato.
La sentenza impugnata ha affermato al riguardo, invero, che la societa' aveva, si', fatto presente che erano venute meno le commesse della "Ansaldo Energia s.p.a." per la produzione di quadri elettrici e che essa era stata danneggiata dal mancato recupero di alcuni crediti, ma non aveva affatto dedotto che tali eventi avessero provocato "gravi difficolta'" economiche, ne' che fosse impossibilitata a reimpiegare il N. in occupazioni confacenti alle sue attitudini. Ed ha ritenuto, pertanto, che non poteva "dirsi assolto l'onere gravante sul datore di lavoro di provare la concreta riferibilita' del provvedimento di recesso a ragioni di carattere produttivo - organizzativo", ne' quello relativo al repechage.
Si e' in presenza, quindi, di un accertamento di fatto conforme ai principi enunciati da questa Corte in materia e sorretto, inoltre, da adeguata e logica motivazione, con la conseguenza che le censure rivolte a denunciarne la congruenza sono insindacabili in questa sede.
4.- Il rigetto di entrambi i ricorsi rende opportuna la compensazione della spese processuali del presente giudizio di legittimita'.

P.Q.M.


LA CORTE Riunisce i ricorsi, li rigetta e compensa le spese processuali.
Cosi' deciso in Roma, il 6 maggio 2009.
Depositato in Cancelleria il 29 luglio 2009

 
 

 





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