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Il regime patrimoniale dei coniugi: obbligazioni e responsabilitÓ

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Come noto, a mente dell'art. 159 cc, il regime patrimoniale dei coniugi legale è quello della comunione regolata dagli artt. 177 cc e seguenti. Tra le norme maggiormente significative del regime della comunione legale, vi è quella relativa alla possibilità di un'amministrazione disgiunta dei beni della comunione legale e quella, connessa, della responsabilità, gravante sui beni della comunione, in ordine ad ogni obbligazione contratta anche separatamente dai coniugi nell'interesse della famiglia (cfr. gli artt. 180 cc  e l'art. 186 cc).

Tale possibilità che caratterizza il regime patrimoniale legale tra i coniugi ha posto una delicata problematica interpretativa in ordine alla responsabilità gravante sul coniuge non contraente con riferimento alle obbligazioni derivanti dal contratto stipulato dall'altro coniuge nell'interesse della famiglia.

Si è posta, cioè, la questione se il coniuge non contraente sia responsabile in solido per effetto dei doveri di cui agli artt. 143 e 147 del codice civile e/o in base al principio dell'apparenza del diritto ovvero se possa configurarsi una sua responsabilità solo nei limiti di quanto previsto  dall'art. 190 cc e, cioè, non oltre la metà del credito e solo nella misura in cui i beni della comunione legale risultino insufficienti alla soddisfazione del credito medesimo

La giurisprudenza di legittimità esclude, in contrasto con alcune voci della dottrina, che possa, de plano, affermarsi una responsabilità solidale del coniuge non contraente con riferimento alle obbligazioni assunte dall'altro sia pure nell'interesse della famiglia.

A ciò osta il principio generale della relatività del contratto di cui all'art. 1372 cc non derogato espressamente dalle norme che disciplinano il regime patrimoniale legale dei coniugi nonchè il principio basilare desumibile dalle norme di cui agli artt. 143 e 147 cc secondo cui è l'accordo dei coniugi che presiede alla defnizione degli obblighi coniugali.

La Suprema Corte ha, tuttavia, anche evidenziato che il principio della relatività del contratto risulta recessivo dinanzi al principio dell'apparenza ove le obbligazioni assunte da uno dei coniugi riguardino beni primari come quello del diritto alla salute ovvero qualora la condotta complessivamente tenuta dal coniuge non contraente abbia ingenerato l'affidamento in ordine alla sussistenza di un mandato implicito in favore del coniuge contraente.

Per l'esclusione di una responsabilità solidale del coniuge non contraente con riferimento alle obbligazioni assunte dall'altro nell'interesse della famiglia

Cassazione Civile  Sez. I del 04 giugno 1999 n. 5487
Il principio secondo il quale l'obbligazione assunta separatamente da uno dei coniugi in regime di comunione legale non pone l'altro coniuge nella situazione di coobbligato solidale non spiega alcuna influenza nei rapporti interni tra i coniugi stessi, rilevando soltanto sotto il (diverso) profilo dell'invocabilità, da parte del terzo creditore, della garanzia dei beni della comunione ovvero del coniuge non stipulante. Ne consegue che, adempiuta in toto l'obbligazione nei confronti del terzo creditore, il coniuge personalmente obbligatosi ha diritto alla restituzione, da parte dell'altro coniuge, della metà della somma versata. (Nell'affermare il principio di diritto che precede, la S.C. ha, poi, escluso che, nella specie, si vertesse in tema di obbligazioni separatamente contratte da uno dei coniugi, risultando ex actis la evidente compartecipazione dell'altro coniuge all'assunzione di un'obbligazione cambiaria funzionale all'ottenimento di un mutuo di scopo).

Cassazione Civile Sez. I del 4 giugno 1999


Cassazione Civile  Sez. III del 15 febbraio 2007 n. 3471
Nella disciplina del diritto di famiglia, introdotta dalla l. 19 maggio 1975 n. 151, l'obbligazione assunta da un coniuge, per soddisfare bisogni familiari, non pone l'altro coniuge nella veste di debitore solidale, difettando una deroga rispetto alla regola generale secondo cui il contratto non produce effetti rispetto ai terzi. Il suddetto principio opera indipendentemente dal fatto che i coniugi si trovino in regime di comunione dei beni, essendo la circostanza rilevante solo sotto il diverso profilo dell'invocabilità da parte del creditore della garanzia dei beni della comunione o del coniuge non stipulante, nei casi e nei limiti di cui agli art. 189 e 190 (nuovo testo) c.c.

Nella disciplina del diritto di famiglia, in relazione alle obbligazioni contratte da uno solo dei coniugi nell'interesse della famiglia, il creditore che, ai sensi dell'art. 189 c.c., voglia agire anche nei confronti del coniuge dello stipulante, deve dimostrare non solo che il convenuto è coniuge dello stipulante, ma anche che i beni della comunione non sono sufficienti ad estinguere l'obbligazione e che l'unico debitore principale, il coniuge stipulante, non abbia adempiuto l'obbligazione, assunta esclusivamente a suo carico.

In materia di rapporti patrimoniali tra coniugi, il contraente che ha contrattato con uno solo dei coniugi può invocare il principio dell'apparenza del diritto, al fine di sostenere il suo ragionevole affidamento sul fatto che questi agisse anche in nome e per conto dell'altro coniuge solo qualora si verifichino le seguenti condizioni :a) uno stato di fatto non corrispondente allo stato di diritto; b) il ragionevole convincimento del contraente, derivante da errore scusabile, che lo stato di fatto rispecchiasse la realtà giuridica. Ne consegue che, per poter invocare il principio dell'apparenza del diritto, il terzo deve comunque provare la propria buona fede e la ragionevolezza dell'affidamento, non essendo invocabile il principio in questione da chi versi in colpa per aver omesso di accertare, in contrasto con la stessa legge oltre che con le norme di comune prudenza, la realtà delle cose. (Nella specie la S.C. ha confermato la sentenza di merito che, in riferimento ad un contratto di mutuo concesso da una sorella al fratello, aveva rigettato la domanda della mutuante volta a ritenere obbligata anche la moglie del mutuatario, non avendo addotto elementi fattuali sufficienti a ritenere che potesse incolpevolmente ritenersi che questi agisse anche in nome e per conto della moglie).

Nel regime di comunione dei beni, il creditore che voglia agire - ai sensi dell'art. 189 c.c. - anche nei confronti del coniuge dello stipulante deve dimostrare non solo che il convenuto è coniuge dello stipulante e che l'obbligazione era nell'interesse della famiglia, ma anche che i beni della comunione non sono sufficienti e che l'unico debitore principale, il coniuge stipulante, non ha lui adempiuto l'obbligazione, assunta contrattualmente a sua, ed esclusivamente suo, carico.


Cassazione Civile Sez. III del 15 febbraio 2007 n.3471


Per la ricorrenza di una responsabilità solidale in caso di obbligazioni assunte per esigenze primarie della famiglia


Cassazione Civile  Sez. III del 08 agosto 2002 n. 12021
L'obbligo imposto dall'art. 147 c.c. ad entrambi i coniugi di mantenere, istruire ed educare la prole si riverbera nei rapporti esterni, con la conseguenza che, in ipotesi di obbligazioni derivanti dal soddisfacimento di esigenze primarie della famiglia, quali in particolare la cura della salute (nella specie: prestazioni sanitarie erogate da una struttura sanitaria al figlio minorenne) deve riconoscersi il potere dell'uno e dell'altro coniuge di fronte ai terzi, in virtù di una mandato tacito, di compiere gli atti occorrenti e di assumere le correlative obbligazioni con effetti vincolanti per entrambi, in deroga al principio secondo cui soltanto il coniuge che ha personalmente stipulato l'obbligazione risponde del debito contratto.
Per l'affermazione di una responsabilità solidale in virtù del principio dell'apparenza e dell'affidamento secondo buona fede

L'obbligo imposto dall'art. 147 c.c. ad entrambi i coniugi di mantenere, istruire ed educare la prole si riverbera nei rapporti esterni, con la conseguenza che, in ipotesi di obbligazioni derivanti dal soddisfacimento di esigenze primarie della famiglia, quali in particolare la cura della salute, deve riconoscersi il potere dell'uno e dell'altro coniuge di fronte ai terzi, in virtù di una mandato tacito, di compiere gli atti occorrenti e di assumere le correlative obbligazioni con effetti vincolanti per entrambi, in deroga al principio secondo cui soltanto il coniuge che ha personalmente stipulato l'obbligazione risponde del debito contratto.


Cassazione Civile Sez. III del 8 agosto 2002 n. 12021



Cassazione Civile  Sez. II del 07 luglio 1995 n. 7501
La moglie, di regola, è responsabile in proprio per le obbligazioni da lei contratte nell'interesse della famiglia; il marito, tuttavia, è responsabile delle obbligazioni contratte in suo nome dalla moglie, oltre che nei casi in cui egli le abbia conferito, in forma espressa o tacita, una procura a rappresentarlo, tutte le volte in cui sia stata posta in essere una situazione tale da far ritenere, alla stregua del principio dell'apparenza giuridica, che la moglie abbia contratto una determinata obbligazione non già in proprio, ma in nome del marito.

Benché la moglie, di regola, sia responsabile in proprio, senza impegnare in alcun modo il marito, per le obbligazioni da lei contratte, pur se riconducibili all'interesse della famiglia, tuttavia il marito è responsabile delle obbligazioni contratte in suo nome dalla moglie - oltre che nei casi in cui le abbia conferito, in forma espressa o tacita, una procura a rappresentarlo - tutte le volte in cui sia stata posta in essere una situazione tale da fare ritenere, alla stregua del principio della apparenza giuridica, che la moglie abbia contratto una determinata obbligazione non già in proprio, ma in nome del marito.

Fermo restando che, di regola, anche in regime di comunione legale, dei debiti personalmente accesi da un coniuge per soddisfare i bisogni della famiglia non risponde pure il coniuge di quest'ultimo, a tale principio va fatta eccezione, determinandosi così la responsabilità di entrambi, qualora il coniuge che ha contrattato con i terzi, abbia all'uopo ricevuto esplicita o tacita procura, ovvero qualora, in base al principio (non della mera apparenza, ma) dell'affidamento ragionevole dei terzi e della loro conseguente tutela, sia da ritenere, "per facta concludentia", che il coniuge contraente abbia agito non soltanto in proprio, ma anche in nome del coniuge.


Cassazione Civile Sez. II del 7 luglio 1995 n. 7501

 





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