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La divisione dei beni tra i coniugi, la comunione de residuo

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la comunione legale e la comunione de residuo

Come noto, dopo lo scioglimento della comunione legale per le cause legalmente previste (cfr. l'art. 191 cc), si procede con la divisione dei beni dei coniugi facenti parte della comunione medesima.

Un problema di particolare rilievo con riferimento a tale divisione è quello inerente i beni della c.d. comunione de residuo. A mente degli artt. 177 e 178 cc, infatti, sussiste una determinata categoria di beni che formano oggetto di comunione (e sono conseguentemente soggetti alla divisione) soltanto se non consumati all'atto dello scioglimento della comunione legale. Si tratta, per quanto in questa sede interesse, dei proventi dell'attività separata e dei frutti dei beni propri di ciascuno dei coniugi.

Secondo un orientamento della Suprema Corte, infatti, anche se tali beni formano parte della comunione solo laddove non consumati all'atto dello scioglimento della comunione legale, vi sarebbe l'onere, da parte del coniuge titolare dei beni di provare che tali beni siano stati destinati alla soddisfazione degli interessi della famiglia o destinati ad investimenti già caduti in comunione, dovendo, in difetto di tale prova, provvedere a ricostituire la comunione. In tale prospettiva, il coniuge debole avrebbe un'aspettativa giuridicamente tutelata anche in costanza di comunione legale sui beni costiuenti la c.d. comunione de residuo.

Ne consegue, poi, che, secondo il riportato orientamento, il coniuge debole beneficerebbe di un considerevole alleggerimento dell'onere della prova in sede di divisione, essendo unicamente tenuto a fornire la prova della realizzazione di redditi da parte dell'altro coniuge che, al contrario, finirebbe per essere onerato di una prova alquanto difficoltosa di aver destinato tali redditi ai bisogni della famiglia subendo, in difetto, la conseguenza di dover imputare fittiziamente tali redditi alla propria quota in sede di divisione.

La giurisprudenza dominante, tuttavia, anche alla luce del tenore letterale dell'art. 177 cc che non pone alcun vincolo di destinazione in ordine ai beni della comunione de residuo, afferma la libera disponibilità da parte del coniuge che ne è titolare, dei beni destinati a cadere in comunione de residuo; sulla base di tale orientamento, dunque, i beni della comunione de residuo, in costanza di matrimonio, si considerano come beni personali del coniuge percettore che ne potrà liberamente ed autonomamente disporre.

Per la tesi del vincolo di destinazione sui beni destinati a cadere in comunione de residuo e sugli oneri probatori gravanti sul coniuge percettore in sede di divisione

Cassazione Civile  Sez. I del 10 ottobre 1996 n. 8865
L'art. 177 lett. b) e c) c.c., nella parte in cui prevede che divengano oggetto di comunione, al momento dello scioglimento di questa "i frutti dei beni propri di ciascuno dei coniugi, percepiti e non consumati" nonché "i proventi della attività separata di ciascuno dei coniugi, se allo scioglimento della comunione, non siano stati consumati", deve essere interpretato nel senso che costituiscono oggetto della cd. comunione "de residuo", tutti i redditi percetti e percipiendi rispetto ai quali il titolare dei redditi stessi non riesca a dare la prova che o sono stati consumati per il soddisfacimento dei bisogni della famiglia o per investimenti già caduti in comunione. (Nella specie, nell'ambito di un giudizio di separazione personale dei coniugi, pretendendo la moglie la condanna del marito, esercente una florida impresa di allevamento di suini, al versamento della "metà dei suoi redditi non utilizzati fino allo scioglimento della comunione" i giudici del merito avevano rigettato la domanda, sul rilievo che pure essendo emersa l'esistenza, in favore del marito, di elevati redditi, derivanti dall'esercizio della detta impresa, non risultavano apprezzabili disponibilità liquide, al momento della cessazione della comunanza dei rispettivi proventi. In termini opposti la S.C. ha cassato tale capo della pronuncia impugnata, enunciando il principio di diritto riassunto sopra).



Cassazione Civile  Sez. I del 17 novembre 2000 n. 14897
Costituiscono oggetto della comunione cosiddetta "de residuo", ai sensi dell'articolo 177 lett. c) c.c., non solo quei redditi per i quali si riesca a dimostrare che sussistano ancora al momento dello scioglimento della comunione ma anche quelli, percetti e percipiendi, rispetto ai quali il coniuge titolare non riesca a dimostrare che siano stati consumati o per il soddisfacimento dei bisogni della famiglia o per investimenti già caduti in comunione. (Nella specie la S.C. ha confermato la decisione di merito secondo cui ricadevano in comunione de residuo le somme depositate su un conto corrente cointestato, ritirate prima della separazione e asseritamente utilizzate per l'attività d'impresa del coniuge prelevante).

Cassazione Civile Sez. I del 17 novembre 2000 n. 14897


Per la tesi della libera disponibilità dei beni della comunione de residuo in costanza di matrimonio

Cassazione Civile  Sez. I del 07 febbraio 2006 n. 2597
L'art. 177 lett. c) c.c. esclude dalla comunione legale i proventi dell'attività separata svolta da ciascuno dei coniugi e consumati, anche per fini personali, in epoca precedente allo scioglimento della comunione.

Nell'ambito dei rapporti patrimoniali tra coniugi, ed in particolare con riferimento al regime della comunione legale, l'art. 177 lett. c) c.c. esclude da questa i proventi dell'attività separata svolta da ciascuno dei coniugi se tali proventi siano stati consumati, anche per fini esclusivamente personali, in epoca precedente allo scioglimento del regime legale.

I proventi dell'attività separata svolta da ciascuno dei coniugi e consumati, anche se per fini personali, in epoca precedente allo scioglimento della comunione, sono esclusi dall'oggetto della comunione legale dei beni.



Cassazione Civile del 7 febbraio 2006 n. 2597





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