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assegnazione casa familiare e comodato

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Con la sentenza n 15986/2010 la III Sezione afferma che il coniuge affidatario della casa familiare concessa in comodato da terzi (genitori del coniuge non affidatario) deve restituire l'immobile a semplice richiesta

Con un'asciutta motivazione la III Sezione della Cassazione Civile ha avuto modo di occuparsi di una questione particolarmente frequente nella pratica e foriera di notevoli problemi applicativi nella fase patologica del rapporto matrimoniale. La questione è quella della sorte del contratto di comodato (verosimilmente verbale) con il quale il genitore di uno dei coniugi abbia concesso alla coppia un immobile per le esigenza di vita familiare ove il rapporto di convivenza matrimoniale venga successivamente a cessare per effetto di separazione ed ove, in tale sede, il Giudice abbia disposto l'assegnazione della casa familiare all'altro coniuge (affidatario della prole).
Secondo il disposto di cui all'art. 1810 cc, infatti, l'immobile dovrebbe essere restituito a semplice richiesta da parte del coniuge affidatario dell'immobile concesso in comodato e questa è la soluzione abbracciata dalla Corte di Cassazione con la recente pronuncia n 15986 del 2010.
In senso contrario, invece, con sentenza delle SSUU del 2004 (Cass Civ SSUU n 13603 del 21 luglio 2004), si era affermato che, concesso il comodato per le esigenze di un nucleo familiare già costituito o in via di formazione, tali esigenze costituissero un vincolo di durata implicito del contratto di comodato con la conseguenza che il comodante avrebbe potuto recedere solo ai sensi dell'art. 1809 cc, secondo comma, in ipotesi di sopravvenienza del bisogno urgente e non già ex art. 1810 cc ad nutum.

Cass Civ n 15986 del 7 luglio 2010

 

Il comodato precario é caratterizzato dalla circostanza che la determinazione del termine di efficacia del vinculum iuris costituito tra le parti é rimessa in via potestativa alla sola volontà del comodante, che ha facoltà di manifestarla ad nutum con la semplice richiesta di restituzione del bene senza che assuma rilievo la circostanza che l'immobile sia stato adibito a casa familiare e sia stato assegnato, in sede di separazione tra i coniugi, all'affidatario dei figli. (Nella specie la S.C. ha cassato la sentenza impugnata che aveva rigettato la domanda di restituzione di un immobile concesso in comodato dai genitori al figlio e rimasto nella disponibilità della nuora dopo la separazione, ritenendo che la legittimità di tale pretesa fosse subordinata alla sopravvenienza di un urgente e impreveduto bisogno ai sensi dell'art. 1809, comma 2, c.c.).
 
IN FATTO
 
S.A. e R.S. convennero in giudizio C.A. dinanzi al tribunale di Lecce chiedendo la restituzione di un immobile da essi attori concesso in comodato al proprio figlio e alla convenuta, all'epoca marito e moglie, perchè entrambi lo adibissero temporaneamente ad abitazione familiare.
Il giudice di primo grado accolse la domanda, ordinando alla C. il rilascio dell'immobile.
L'impugnazione proposta da quest'ultima fu accolta dalla corte di appello di Lecce.
La sentenza è stata impugnata dalla S. e dal R. con ricorso per cassazione sorretto da due motivi illustrati da memoria.
La parte intimata non ha svolto attività difensiva.

IN DIRITTO

Il ricorso è fondato quanto al secondo motivo.
Con il primo motivo, i ricorrenti denunciano la violazione e/o falsa applicazione degli artt. 345, 416, 431 c.p.c..
La doglianza non può essere accolta.
Esso si infranger difatti, sul corretto impianto motivazionale adottato dal giudice d'appello nella parte in cui ha ritenuto che la deduzione dell'insussistenza di un fatto costitutivo dal quale non possa prescindersi ai fini dell'accoglimento della domanda non costituisca eccezione in senso proprio, ma mera difesa, come tale proponibile per la prima volta in appello.
La decisione, conforme a diritto, si sottrae alle censure mosse dai ricorrenti.
Con il secondo motivo, si denuncia una ulteriore violazione ed erronea applicazione degli artt. 1803 e 1810 c.c..
Il motivo è fondato.
Correttamente osservano i ricorrenti come la convenzione negoziale per la quale è processo fosse privo di termine, integrando così la fattispecie del c.d. comodato precario, caratterizzato dalla circostanza che la determinazione del termine di efficacia del vinculum iuris costituito tra le parti è rimesso in via potestativa alla sola volontà del comodante, che ha facoltà di manifestarla ad nutum con la semplice richiesta di restituzione del bene, senza che assuma rilievo la circostanza che l'immobile sia stato adibito ad uso familiare e sia stato assegnato, in sede di separazione tra coniugi, all'affidatario dei figli, come condivisibilmente affermato da questa corte regolatrice con la sentenza 10258/1997.
E' pertanto viziata da errore di diritto la decisione impugnata nella parte in cui ha ritenuto che condizione di legittimità della richiesta di restituzione fosse la sopravvenienza di un urgente e impreveduto bisogno, falsamente applicando, nella specie, la norma di cui all'art. 1809 c.c., comma 2.
La sentenza impugnata deve pertanto essere cassata, e il procedimento rinviato alla stessa corte di appello di Lecce che, in diversa composizione, farà applicazione del principio di diritto suesposto.

P.Q.M.

La corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese del giudizio di cassazione, alla corte di appello di Lecce in altra composizione.
Così deciso in Roma, il 17 marzo 2010.
Depositato in Cancelleria il 7 luglio 2010
 

 





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