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Art. 79 c.c.
Articolo 79 del Codice Civile. Effetti della promessa di matrimonio con la giurisprudenza di legittimità

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Art. 79 c.c.- Effetti della promessa di matrimonio.

La promessa di matrimonio non obbliga a contrarlo né ad eseguire ciò che si fosse convenuto per il caso di non adempimento.

Cassazione civile sez. VI 02 gennaio 2012 n. 9

L'illecito consistente nel recesso senza giustificato motivo dalla promessa di matrimonio non è assoggettato ai principi generali in tema di responsabilità civile, contrattuale od extracontrattuale, né alla piena responsabilità risarcitoria che da tali principi consegue, poiché un tale regime potrebbe tradursi in una forma di indiretta pressione sul promittente nel senso dell'accettazione di un legame non voluto; sicché il risarcimento dei danni conseguenti all'ingiustificata rottura della promessa di matrimonio va circoscritto alle spese fatte ed alle obbligazioni contratte dal promissario, escludendo, pertanto, il risarcimento dei danni non patrimoniali.

Cassazione civile sez. III 15 aprile 2010 n. 9052

In tema di promessa di matrimonio, l'obbligazione che consegue "ex lege" all'esercizio del diritto di recesso non può configurarsi come illecito extra-contrattuale, costituendo il recesso espressione di una libertà fondamentale, né come responsabilità contrattuale o precontrattuale, posto che la promessa di matrimonio non è un contratto e neppure costituisce un vincolo giuridico tra le parti; si tratta, infatti, di una particolare forma di riparazione collegata direttamente dalla legge alla rottura del fidanzamento "senza giusto motivo", con la conseguenza che incombe al recedente, qualora voglia sottrarsi a sifatta obbligazione riparatoria, l'onere di provare la sussistenza del giustificato motivo, quale fatto costitutivo negativo della pretesa dell'altra parte.

In tema di promessa di matrimonio l'obbligazione prevista dall'art. 81 c.c., esclusa la configurabilità sia di un illecito extracontrattuale, sia di una ipotesi di responsabilità contrattuale o extracontrattuale, costituisce una particolare forma di riparazione riconosciuta al di fuori di un presupposto di illiceità, perché ricollegata direttamente dalla legge alla rottura della promessa di matrimonio senza giusto motivo. Al fine di escludere il sorgere di tale obbligazione l'onere della prova del fatto positivo, cioè della esistenza di un giusto motivo per rifiutare il matrimonio, incombe sul recedente.

Cassazione civile sez. I 18 agosto 2006 n. 18199

La ripartizione del trattamento di reversibilità, in caso di concorso tra coniuge divorziato e coniuge superstite aventi entrambi i requisiti per la relativa pensione, deve essere effettuata, oltre che sulla base del criterio della durata dei rispettivi matrimoni, anche ponderando ulteriori elementi, correlati alla finalità solidaristica che presiede al trattamento di reversibilità, tra i quali va ricompresa la durata delle rispettive convivenze prematrimoniali. E siccome per convivenza prematrimoniale deve intendersi quella caratterizzata da un grado di stabilità e da comportamenti dei conviventi corrispondenti, in una effettiva comunione di vita, all'esercizio di diritti e doveri connotato da reciprocità e corrispettività, ad essa non può equipararsi il semplice fidanzamento non accompagnato da effettiva convivenza tra i promessi sposi. Il periodo di fidanzamento precedente al matrimonio tra i coniugi poi divorziatisi, pertanto, non può essere preso in considerazione ai fini della ripartizione del trattamento di reversibilità, a nulla rilevando che il matrimonio trovasse allora un (temporaneo) ostacolo in una condizione personale del fidanzato (il quale, come ufficiale dell'aeronautica, non poteva unirsi in matrimonio, secondo la legge applicabile ratione temporis, prima del compimento dei venticinque anni), né che il comune sentire sociale dell'epoca (nella specie, attorno al 1950) disapprovasse la convivenza more uxorio, soprattutto per un ufficiale.

Cassazione civile sez. I 08 febbraio 1994 n. 1260

In caso di rottura del fidanzamento, presupposto essenziale per l'esercizio dell'azione di restituzione dei doni - che l'art. 80 c.c. riconosce al donante in relazione a qualsiasi promessa di matrimonio, sia tra persone capaci, sia tra minori non autorizzati, sia che la promessa sia vicendevole, sia che sia unilaterale - è la circostanza che i doni siano stati fatti "a causa della promessa di matrimonio", cioè nella presupposizione della celebrazione del futuro patrimonio, conseguendone il diritto alla restituzione per la sola ipotesi che il matrimonio non sia stato contratto e senza alcuna rilevanza delle cause del mancato matrimonio.

Cassazione civile sez. I 02 maggio 1983 n. 3015

La promessa di matrimonio, contemplata dagli art. 79-81 c.c., si identifica, alla stregua del costume sociale, nel cosiddetto fidanzamento ufficiale, e sussiste, cioè, quando ricorra una dichiarazione espressa o tacita, normalmente resa pubblica nell'ambito della parentela, delle amicizie e delle conoscenze, di volersi frequentare con il serio proposito di sposarsi, affinché ciascuno dei promessi possa acquisire la maturazione necessaria per celebrare responsabilmente il matrimonio, libero restando di verificare se questa venga poi conseguita in se stesso e nell'altro e di trarne le debite conseguenze. Nell'ambito di detta promessa, si distingue quella di tipo solenne, di cui all'art. 81 c.c., soggetta a determinati requisiti (vicendevolezza, capacità di agire dei promittenti, atto pubblico o scrittura privata o richiesta di pubblicazioni di matrimonio), e produttiva di una situazione di affidamento, fonte di possibile responsabilità risarcitoria, da quella di tipo semplice, non soggetta ad alcun requisito di capacità o di forma, qualificabile come mero fatto sociale, e non produttiva di alcun effetto giuridico diretto, tenuto conto che la restituzione dei doni, prevista dall'art. 80 c.c., non deriva dalla promessa, ma dal mancato seguito del matrimonio.





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