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art. 77 c.c.
Articolo 77 del Codice Civile - Limite della parentela con la giurisprudenza di legittimità

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Articolo 77 - Limite della parentela


La legge non riconosce il vincolo di parentela oltre il sesto grado, salvo che per alcuni effetti specialmente determinati.

Cassazione civile sez. III 06 settembre 2012 n. 14931

Il danno non patrimoniale da uccisione di congiunto, quale tipico danno - conseguenza, non coincide con la lesione dell'interesse (non è in re ipsa) e come tale deve essere allegato e provato da chi chiede il relativo risarcimento; tuttavia, trattandosi di pregiudizio che si proietta nel futuro, è consentito il ricorso a valutazioni prognostiche ed a presunzioni, sulla base degli elementi obiettivi che è onere del danneggiato fornire. La sua liquidazione avviene in base a valutazione equitativa che tenga conto dell'intensità del vincolo familiare, della situazione di convivenza e di ogni ulteriore utile circostanza, quali la consistenza più o meno ampia del nucleo familiare, le abitudini di vita, l'età della vittima e dei singoli superstiti

Cassazione civile sez. III 16 marzo 2012 n. 4253

Il fatto illecito, costituito dalla uccisione del congiunto, dà luogo ad un danno non patrimoniale presunto, consistente nella perdita del rapporto parentale, allorché colpisce soggetti legati da uno stretto vincolo di parentela, la cui estinzione lede il diritto all'intangibilità della sfera degli affetti reciproci e della scambievole solidarietà che caratterizza la vita familiare nucleare. Perché, invece, possa ritenersi risarcibile la lesione del rapporto parentale subita da soggetti estranei a tale ristretto nucleo familiare (quali i nonni, i nipoti, il genero, o la nuora) è necessario che sussista una situazione di convivenza, in quanto connotato minimo attraverso cui si esteriorizza l'intimità delle relazioni di parentela, anche allargate, contraddistinte da reciproci legami affettivi, pratica della solidarietà e sostegno economico, solo in tal modo assumendo rilevanza giuridica il collegamento tra danneggiato primario e secondario, nonché la famiglia intesa come luogo in cui si esplica la personalità di ciascuno, ai sensi dell'art. 2 cost.

In tema di risarcimento del danno patrimoniale spettante ai prossimi congiunti di un soggetto, deceduto in conseguenza del fatto illecito addebitabile ad un terzo, non esiste alcun nesso di causalità tra la morte della madre e l'obbligo gravante sulla figlia per i residui esborsi mensili del mutuo stipulato da entrambe nella qualità di mutuatarie, essendo quest'ultima condebitrice solidale già direttamente obbligata ai sensi dello stesso contratto di mutuo.

In tema di danno patrimoniale conseguente alla morte di un congiunto per fatto illecito addebitabile ad un terzo, è risarcibile il pregiudizio subito per effetto del venir meno di prestazioni aggiuntive, in denaro o in altre forme comportanti un'utilità economica, erogate in vita dal congiunto deceduto, spontaneamente e in assenza di obbligo giuridico, ai figli o ai nipoti, a condizione che preesistesse una situazione di convivenza (ovvero una concreta pratica di vita, in cui rientri l'erogazione di provvidenze all'interno della famiglia allargata), in mancanza della quale, non essendo altrimenti prevedibile con elevato grado di certezza un beneficio durevole nel tempo, non può sussistere perdita che si risolva in un danno patrimoniale

Il nipote "ex filio" di persona deceduta per colpa altrui può esigere dal responsabile il risarcimento del danno patrimoniale e di quello non patrimoniale, patito per la morte dell'avo, solo nel caso convivesse con questtultimo, dovendosi altrimenti escludere la giuridica rilevanza della rottura del rapporto nonno-nipote ai fini del risarcimento del danno sia patrimoniale che non patrimoniale.

In caso di uccisione di un congiunto, la configurabilità di una lesione giuridicamente rilevante del rapporto parentale, per i soggetti al di fuori della famiglia nucleare, presuppone necessariamente la convivenza.

In difetto di convivenza o di uno specifico obbligo di contribuzione, ai figli e ai nipoti di una persona deceduta per l'altrui illecito non spetta il risarcimento del danno patrimoniale asseritamente correlato al venir meno del sostegno economico.

Cassazione civile sez. II 29 ottobre 2008 n. 26002

In riferimento all'art. 42, comma 4, cost., è manifestamente infondata la q.l.c. dell'art. 1, n. 1, comma 2, l. n. 192 del 2000, nella parte in cui stabilisce l'efficacia retroattiva dell'abrogazione dell'art. 600 c.c. L'art. 42, comma 4, cost., infatti, esprime la volontà del legislatore costituente di affermare il principio di carattere generale della trasmissibilità a causa di morte dei rapporti giuridici patrimoniali dal "de cuius" ai successori. A tale scopo la Costituzione prevede la successione legittima e quella testamentaria, demandando alla legge ordinaria la regolamentazione e i limiti di questi istituti. In tale contesto il codice civile stabilisce, quanto alla successione legittima, fondata sui rapporti di parentela del defunto, l'ordine dei successibili e il limite di operatività della successione legittima stessa, ovvero il rapporto di parentela entro il sesto grado, oltre il quale i beni relitti sono devoluti allo Stato. Nell'ambito del delineato disegno del fenomeno successorio a causa di morte non è, quindi, comprensibile sotto quale profilo l'art. 1, n. 1, comma 2, l. n. 192 del 2000 possa costituire violazione alla richiamata norma costituzionale.

Cassazione civile sez. I 01 agosto 2003 n. 11727


Nelle controversie concernenti la dichiarazione giudiziale della paternità o maternità naturale, i soggetti attivamente e passivamente legittimati non possono conferire ad altri il potere di stare in giudizio in loro nome e conto, in quanto la rappresentanza negoziale è inammissibile in relazione a diritti indisponibili. Ciò vale tanto per il giudizio di cognizione piena, disciplinato dall'art. 269 c.c., che per quello preliminare, regolato dall'art. 274, il quale, pur essendo processualmente autonomo e pur avendo un diverso "petitum" immediato, ha, rispetto al primo, identica "causa petendi", attinente al rapporto di filiazione che, attraverso la verifica di ammissibilità dell'azione ed il successivo accertamento di merito, si tende ad instaurare, ed è, per ciò solo, non estraneo ai rapporti di stato e partecipe del divieto di rappresentanza volontaria di cui all'art. 77 c.p.c.

Cassazione civile sez. lav. 03 dicembre 2001 n. 15270


Non può essere attribuita la rappresentanza processuale quando non risulti attribuita al medesimo soggetto altresì la rappresentanza sostanziale in ordine ai rapporti dedotti in giudizio, tuttavia il conferimento della rappresentanza sostanziale non deve necessariamente essere contenuto nel medesimo atto attributivo dei poteri di rappresentanza processuale, nè tale conferimento deve risultare dal suddetto atto in maniera sempre espressa e attraverso l'uso di formule prestabilite, nè, infine, i rapporti per i quali è attribuita la rappresentanza sostanziale devono essere necessariamente individuati in maniera specifica ed analitica; ne consegue che, a fronte di una procura attributiva di poteri rappresentativi processuali che non contenga altresì l'espressa attribuzione di correlativi poteri sostanziali, occorre sempre valutare, avendo riguardo al tenore complessivo dell'atto, se tali poteri non possano ritenersi presupposti o implicitamente attribuiti ed, eventualmente, se l'individuazione dei corrispondenti rapporti non possa ricavarsi in via indiretta o "per relationem". (Nella specie, la Corte ha cassato la sentenza d'appello dichiarativa dell'inammissibilità dell'impugnazione per difetto di legittimazione processuale del rappresentante della Rai, ritenendo che dalla procura attributiva di poteri di rappresentanza processuale potesse desumersi la precedente attribuzione di poteri di rappresentanza sostanziale in ordine ai rapporti dedotti in giudizio, atteso che nell'epigrafe dell'atto il rappresentante veniva individuato come direttore della direzione risorse umane e organizzative della Rai, e perciò come dirigente preposto allo specifico settore relativo alla gestione del personale).

Corte costituzionale 06 dicembre 1988 n. 1074

È manifestamente inammissibile per difetto di rilevanza, la questione di legittimità costituzionale sollevata in riferimento agli art. 3 e 30 comma 3 cost., dal tribunale di Chiavari, con ordinanza emessa il 13 ottobre 1987 "nella parte in cui escludono dalle categorie dei chiamati alla successione legittima i fratelli o le sorelle naturali riconosciuti o dichiarati dal "de cuius", ovvero agli stessi antepongono tutti i parenti legittimi in mancanza di membri della famiglia legittima" (cioè di fratelli o sorelle legittimi). Le norme denunciate, ad avviso del giudice remittente, urtano contro l'art. 30 comma 3 cost., dove il limite posto al principio di piena tutela giuridica e sociale dei figli naturali dai diritti dei membri della famiglia legittima va interpretato con riferimento alla famiglia in senso stretto, di guisa da escludere dall'eredità i fratelli naturali del "de cuius" solo in presenza di fratelli legittimi; e conseguentemente contrastano anche con l'art. 3 cost., "sotto il profilo della mancata tutela dei figli naturali in assenza di membri della famiglia legittima intesa in senso stretto". Oggetto del giudizio "a quo" è la pretesa dei discendenti dei fratelli naturali della "de cuius" di essere chiamati all'eredità a preferenza dei parenti legittimi in quarto grado. In nessun modo tale pretesa potrebbe fondarsi su un titolo di vocazione ereditaria diretta, non essendo configurabile in base ad alcuna norma, nè di legge ordinaria nè di bando costituzionale, un rapporto giuridico di parentela tra i discendenti di un figlio naturale riconosciuto e un altro figlio, legittimo o naturale, del medesimo genitore. Pertanto, per dare ingresso alla detta pretesa, non sarebbe sufficiente la dichiarazione di illegittimità costituzionale degli art. 565 e 752 c.c., nella parte in cui non ammettono alla successione legittima i fratelli naturali, ma occorrerebbe altresì rimuovere l'ostacolo dell'art. 468, nella parte in cui limita la rappresentazione, nella linea collaterale, ai discendenti dei fratelli e delle sorelle legittimi dell'ereditando. Ma solo le prime due norme sono state impugnate dal giudice "a quo", mentre è stata da lui espressamente disattesa l'istanza di parte di sollevare incidente di costituzionalità anche in ordine alla terza, onde la questione, così delimitata, appare priva di rilevanza.




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